L’operosa stagione di Pescara. Gli anni ’60

Questo operosissimo decennio si chiude con la pubblicazione delle due opere fondamentali di Ernesto Giammarco. Nel 1968 e 1969 vedono finalmente la luce, per i tipi delle Edizioni dell’Ateneo di Roma, il primo (A-E) e il secondo (F-M) volume del Dizionario Abruzzese e Molisano (DAM). Nella monumentale opera (che quando sarà completata conterà circa 2500 pagine) confluiscono non solo le ricerche effettuate sul territorio per circa un ventennio, ma anche lo spoglio sistematico condotto sui documenti dialettali a partire dall’XI secolo, gerghi di mestiere, proverbi inediti, modi di dire: una vera e propria miniera, che rappresenta il punto di arrivo di puntuali indagini fonetiche, morfologiche, lessicali, ma anche un’imprescindibile base di partenza per gli studi successivi. L’opera di Giammarco è considerata dagli specialisti “una pietra miliare della dialettologia italiana” (V. Pisani) e “il più insigne monumento dato all’Abruzzo” (T. Bolelli).
Nel 1969 esce pure, in edizione pregiata e con molte illustrazioni d’arte, la Storia della cultura e della letteratura abruzzese, che per Ettore Paratore “non ha rivali nel complesso dei manuali prospettanti le culture regionali e segna il risultato più vasto e più profondo delle ricerche del Nostro sulla vitalità della creazione e della critica nella sua terra”. In un’epoca in cui gli studiosi cominciano appena ad interrogarsi sulla necessità di analizzare i fatti culturali anche per aree geografiche e i saggi di Carlo Dionisotti, pubblicati in Inghilterra, sono ancora quasi sconosciuti in Italia, il volume di Giammarco si presenta come “la prima vera storia della cultura abruzzese”. Recensita anche sulla rivista internazionale “Italian Studies”, la pubblicazione apre prospettive nuove nel campo degli studi geo-storici, in quanto, come scriverà Gianni Oliva, “dalla identificazione della microstoria territoriale, si passava ad esaminare la sua interazione con le prospettive nazionali ed europee. La posizione geografica dell’Abruzzo, inoltre, permetteva di considerare l’identità di una regione mediana, a metà strada tra il settentrione e il meridione, quasi un punto d’incontro di due culture, le quali trovavano spesso un originale reimpasto ‘in una terra aperta alle esigenze del rinnovamento’”. Era così possibile rivedere definitivamente, sul piano scientifico-culturale, lo stereotipo di un Abruzzo chiuso nel suo secolare isolamento.