Giammarco e l'Adriatico

La Fondazione Ernesto Giammarco ringrazia sentitamente il dr. Jan Casalicchio, ricercatore dell'Università di Utrecht, che con il suo gruppo di lavoro ha effettuato una donazione in memoria di Gino D'Alessandro, padre adorato della Prof. Roberta D'Alessandro: un gesto nobile e generoso che onora e mantiene vivo il ricordo della cara persona scomparsa 

Istituto per gli Studi Adriatici

 

 

 

 

 

Presentazione

Convegno CISDID in Italy

In Memory of Ernesto Giammarco

Mare Gratis di Fabio Fiori

Campagna Soci

L'ORTOGRAFIA DELLE PARLATE ABRUZZESI NELL'USO
DEGLI SCRITTORI

 

 

§ 1.  Anche tra i cultori del dialetto abruzzese, come d'altronde tra quelli di ogni altro dialetto d'Italia  e non v'è studioso che non lo avverta dimostrando la necessità di proporre manualetti per uniformare l'ortografia   regna la più assoluta anarchia sul modo di trascrivere le nostre parlate, che di solito sono modellate sulla grafia nazionale letteraria, con criteri che fluttuano da autore ad autore e perfino da opera ad opera del medesimo autore. È opinione diffusa tra i poeti e scrittori dialettali abruzzesi, già affermata dal Finamore , che il nostro dialetto sia alquanto aspro, troppo umile e poco adatto alla poesia. Da questo falso preconcetto si è originata la tendenza, da parte di alcuni nostri poeti, di elaborare un volgare illustre  non certo per meriti poetici e artistici  e di far largo uso di numerose trasposizioni linguistiche e fonetiche, che deturpano e sfigurano le nostre parlate. Il primo a dare l'esempio è stato A. Luciani  sotto certi aspetti tra i più rappresentativi poeti della nostra regione  il quale parla di un "dialetto o lingua abruzzese, che è sintesi ideale ed istintiva, fatta di saporosità paesanissima e di una certa aristocrazia verbale di elezione, non senza qualche leggerissima e diafana velatura letteraria" . E questa opinione, abbastanza diffusa e accreditata, autorizza non pochi dei nostri poeti a non segnare alcuni particolarissimi fonemi e a permettersi inversioni e modificazioni linguistiche, tali da valicare i limiti tra il nostro dialetto ed il linguaggio nazionale.
Da qui la necessità di adottare un coerente sistema di trascrizione, perché il dialetto mantenga la sua reale fisionomia e sia esattamente interpretato.
Da quando V. Imbriani  e L. Molinaro del Chiaro  iniziarono le prime raccolte di canti popolari, si avvertì la necessità di affrontare il problema grafico: scrittura tradizionale o scrittura fonetica? Il primo ad occuparsi di regole fonetiche ed ortografiche fu G. Razionale , poeta chietino molto popolare in Abruzzo, in una lettera in versi dialettali del 1867, diretta a T. Bruni di Francavilla, che attendeva  alla raccolta di tradizioni popolari, ed egli stesso si dilettava di verseggiare in vernacolo. Il Bruni aveva indirizzato al Razionale un sonetto, in cui si toccava l'argomento. Il poeta chietino gli dettò una regola molto saggia: "Chi sente e sa capì l'ortoepie, ? d'alloche ha da furmà l'ortografie". Senonché poi il medesimo poeta non fu fedele osservante del suo metodo, poiché egli non segna lo scambio del d col t, del b col p, la sonorizzazione della s nella z dolce; non rappresenta la negazione nen "non" ( nse invece di nen ze) e non trascrive il rafforzamento iniziale. Parla dell'utilità dell'apostrofo per indicare l'aferesi e l'apocope, ma non segna negli infiniti la sillaba caduta. Non intuisce il valore fonetico dell'e atona indistinta, caratteristica dell'abruzzese, ch'egli confonde con la rispettiva muta francese, ma si rende conto del suono che acquista l's innanzi a t e d che segna col gruppo consonantico sc (" 'mmezze a s e t la c che vide  serve a liscià la s "). Il Razionale comunque avverte l'importanza della grafia nella sua perfetta rispondenza tra lettera e suono e così conclude: " Quescte le n'ome pije a bagattelle, ? ma i', ce so perdute lu cervelle ". Il sonetto fece testo per alcun tempo e i poeti E. di Diego e il medesimo T. Bruni introducono il sistema di sopprimere l'e atona indistinta ( nòb'le per nòbele) che per fortuna non fu seguito.
Il primo che affrontò l'esame dei fonemi e della trascrizione grafica con amore e con seria preparazione linguistica fu il Finamore, stimolato dal d'Ovidio, il quale, in questo periodo (1878), studiava la fonetica dei dialetti del Sannio, dell'Abruzzo e dell'Ascolano . Le osservazioni del Finamore furono esposte nel suo Vocabolario dell' uso abruzzese (Lanciano, 1880), che prendeva le mosse dalla parlata del paese natale, Gessopalena, poi ampliato ed approfondito nella II edizione (Città di Castello, 1893), non soltanto per il materiale nuovo raccolto con l'aggiunta del dialetto di Lanciano, sì anche per una precisa descrizione del vocalismo e del consonantismo, premessa al vocabolario, in cui si suggerisce anche il sistema di trascrizione di alcune peculiarità dialettali, sebbene l'autore dichiarasse ripetutamente di voler soltanto "raccogliere materiale dialettologico", lasciando ad altri più preparati il compito di "illustrare la fonica".